Si dice spesso che un classico è un testo che non smette mai di parlare, di comunicare, di suggerire. Ma classico è considerato spesso anche un testo che offre molteplici possibilità di interpretazione o, nel caso di testi teatrali, di allestimento. La tempesta, l’ultimo capolavoro di William Shakespeare, risponde all’uno e all’altro requisito.
Tato Russo, istrionico autore, regista e interprete shakespeariano, sceglie di sottolineare entrambi gli aspetti dell’opera: la polisemicità testuale va dunque di pari passo con la spettacolarità e l’autore, il regista e l’attore si identificano in un unico ed unitario artefice. Rappresentata per la prima volta nel 1992 e apprezzata unanimamente dalla critica italiana e straniera, La tempesta di William Shakespeare-Tato Russo torna dunque in scena per continuare a conquistare il pubblico.
Il Bardo, nel raccontare la storia di Prospero, il mago italiano in esilio con la figlia su un’isola misteriosa, intendeva richiamare l’attenzione su alcuni punti essenziali del dibattito culturale del suo tempo: il colonialismo, il potere politico, la rivoluzione scientifica. Il tutto organizzato su un’intelaiatura rigida e precisa, in grado di mettere insieme serio e faceto, farsa e dramma, lirismo e elegia.
Tato Russo non si lascia sfuggire le componenti di questa complessa polifonia, che racchiude nell’unico spazio di un’isola senza tempo e senza contorni. Eliminati tutti gli episodi che si svolgono sulla nave, l’azione si sviluppa in un unico luogo astratto e irreale, spazio della mente e della fantasia in cui tutto può accadere.
È questa l’isola di Prospero, l’isola su cui egli regna attraverso i poteri della sua bacchetta e del suo libro. È il suo il potere della cultura, l’immagine di ciò che potrebbe accadere se, classicamente, fossero gli intellettuali a prendere nelle mani il governo. Il giudizio di Shakespeare è negativo tanto quanto il giudizio formulato a proposito di un mondo senza leggi e senza ruoli. L’isola della Tempesta non è l’Utopia di Tommaso Moro, né tantomeno alcuna delle utopie che negli stessi anni venivano raccontate da teorici, storici e letterati.
Il governo nelle mani dei governanti. Ma fra l’intellettuale e il despota ci dovrà pur essere una via di mezzo. Seneca predicava la clementia, Sant’Ambrogio la mansuetudine. Shakespeare sembra propendere per l’equilibrio, per la bilanciata copresenza di doti morali e virtù politiche, di giustizia ed equità. Lontano da interpretazioni di carattere religioso o teologico e in questo più vicino a pensatori come Machivelli e Guicciardini, il testo punta il dito sul tema dell’humanitas, sia essa classica, sia essa cattolica. Su questo terreno si inserisce anche la riflessione sul colonialismo e sulla considerazione degli abitanti degli antipodi, temi che trovano la loro perfetta realizzazione nella figura di Caliban, del mezzo uomo che ha imparato a parlare a prezzo della propria libertà.
Si discute tanto delle fonti dell’opera, si discute sugli infiniti e possibili modi di leggere il testo. Grande racconto del sogno e del teatro, La tempesta è anzitutto metafora del mondo, del mondo che cambia e che si ripete continuamente uguale a sé stesso. Tutto torna alla propria origine, tutto torna al proprio principio, e lo stesso Prospero spezzerà la bacchetta magica per rinunciare per sempre ai suoi poteri.
Tato Russo sceglie di ricreare questa ambientazione in precario equilibrio fra realtà e fantasia. Le sue scenografie sono l’apoteosi dell’arte al servizio dello spettacolo: la macchina teatrale rivela i propri mezzi, le proprie strutture, la propria finzione per raggiungere il massimo grado di magia. Il risultato è uno spettacolo di grande impatto, con gli effetti speciali a disposizione dello spettatore e schiere di spiriti ballerini che riempiono il palcoscenico e volteggiano nell’aria. Il fascino del circo coniugato con quello dei tableaux vivants e della lampada magica, con un effetto suggestivo e, in taluni momenti, di felliniana memoria. Gli stessi costumi si prestano al gioco dell’interpretazione, con la contrapposizione cromatica fra il bianco dei personaggi e il nero del protagonista, e con la metamorfosi dei governanti in enormi pedine sullo scacchiere del mago.
La tempesta si trasforma così in un grande gioco allusivo e allegorico, in cui tuttavia l’elemento scenico rischia talvolta di mettere in secondo piano gli interpreti. Anche la scelta del dialetto napoletano come contrappunto all’italiano medio può apparire un eccessivo alleggerimento rispetto al dettato del testo shakesperiano.
Tato Russo presta il volto e la voce a Prospero: impreciso nella prima parte, acquista maggior incisività nei monologhi degli ultimi atti, in cui torna a conferire al suo personaggio la giusta dose di carattere e di intensità. La tempesta risulta pertanto uno spettacolo ben riuscito, forse poco corale, ma complessivamente suggestivo.
http://www.latempesta.it/sito.html